Un po' di storia

fino alla metà dell'Ottocento non era codificata alcuna forma di allevamento, limitandosi ad assegnare un tronco all'olivo e ad allevare la chioma nella sua forma naturale. Dalla metà dell'Ottocento fino ai primi decenni del Novecento l'unica proposta di allevamento dell'olivo è stata il "vaso", o "paniere", o "tronco di cono rovescio" (vaso dicotomico o tradizionale), dove le originarie 3-4 branche primarie subivano ripetute cimature per stimolare varie divisioni dicotomiche (divisione della struttura in 2 direzioni equivalenti e contrapposte), per agevolare "l'appoggiata" delle scale con cui gli agricoltori dell'epoca operavano diffusamente (fig. 1).

In tal modo, però, le piante accumulavano una notevole quantità di scheletro con cui la porzione superiore di chioma, favorita da una migliore illuminazione e supportata da un accentuato rifornimento di linfa, tendeva a una progressiva affermazione a discapito di quella inferiore (fig. 2).

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Per questo, era abituale praticare una periodica "stroncatura" della struttura primaria realizzando l' acefalia negli olivi, con l'intenzione di limitare lo sviluppo in altezza e rinvigorire la porzione inferiore di chioma. L'intervento, per quanto rovinoso per l'equilibrio vegeto-produttivo dell'albero per almeno 2-3 anni, era all'epoca comunemente praticato anche per procurarsi legna da ardere (fig. 3).

Vavo Policonico 02

Nuove forme un primo sostanziale contributo al progresso del settore avvenne tra il 1920 e il 1930 a opera di Roventini e Tonini, che suggerivano di rinunciare alla dicotomia e alla conseguente stroncatura, per allevare l'olivo secondo una nuova forma denominata "vaso policonico", secondo cui la chioma poteva sviluppare fino all'altezza desiderata, ma su di un solo germoglio "lussureggiante" per ognuna delle originarie 3-4 branche primarie. La chioma appare, quindi, formata da altrettanti coni inclinati di 45' circa e vuoti internamente, uniti per la base, ma separati nettamente al vertice, in modo tale da assegnare a ognuno di essi la "funzione di cima". Così facendo le piante evitano l'affermazione della porzione superiore di chioma ed esprimono pienamente il potenziale produttivo nella porzione inferiore, ricca di branche secondarie pienamente funzionali e rinnovabili (fig. 4).

Agli inizi della seconda metà del '900 intervenne la disastrosa gelata del 1956 e sopraggiunse il problema dello spopolamento delle campagne, per questo  furono avanzate varie proposte di intensificazione colturale per rimediare ai disastrosi esiti della gelata e sopperire alla carenza di manodopera. Tutte le proposte erano sostenute da un incremento della densità di piantagione e dalla adozione di nuove forme di allevamento (vaso cespugliato, palmetta, ipsilon, monocono ecc.), ritenute capaci di anticipare ed elevare la produzione e contenere i costi di potatura e raccolta. Il denominatore comune di tutti questi nuovi sistemi di coltivazione era l'ambizione di coltivare l'olivo alla stregua delle specie da frutto curando, innanzitutto, la nutrizione e la difesa delle piante e rinunciando ai numerosi tagli necessari per realizzare le tradizionali forme di allevamento a vaso. L'olivo allevato secondo tali criteri era ritenuto capace di crescere rapidamente producendo presto e generosamente, anche se potato in misura inferiore. Le conclusioni di queste nuove proposte di intensificazione

Colturale sono state molto rapide ed esaustive poiché, dopo un breve successo iniziale, sono subentrati problemi economici per una produzione che ristagna o declina, per effetto della competizione reciproca per l'intercettazione luminosa tra piante troppo vicine tra loro, che induce l'affermazione della porzione superiore di chioma a discapito di quella inferiore. La potatura riesce per un breve periodo a rimediare al fenomeno descritto, ma i costi incrementano e le piante si squilibrano progressivamente, con un'attività vegetativa che tende nettamente a prevalere su quella produttiva. Anche le macchine per la raccolta trovano difficoltà di applicazione, alla presenza di strutture (oliveti e alberi) e produzioni unitarie inadeguate alle loro esigenze. Tutte queste esperienze sono considerate ormai alle spalle dalla maggior parte degli olivicoltori che, nel migliore dei casi, tendono a convivere con tali impianti più che considerarli una formula vincente (Foto 1).

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Gli olivicoltori del passato operavano con una limitata disponibilità di mezzi tecnici, ma con un’elevata dotazione di manodopera sulla quale erano dimensionate numerose scelte agronomiche. Disegni geometrici Tra queste vi era quella di praticare sistemi di allevamento e potatura degli alberi basati sul rispetto della geometria della forma e sul diffuso impiego delle scale. Le attuali esigenze sono diametralmente opposte per la necessità di produrre reddito con numerosi mezzi tecnici, ma in condizioni di scarsa disponibilità ed elevato costo della manodopera. Molti ritardi ed errori sono stati accumulati nel corso degli ultimi 50 anni, con particolare riferimento alla progressiva riduzione della preziosa opera di trasferimento delle nuove conoscenze dal mondo della ricerca a quello dei produttori.

Solo nelle Regioni in cui operavano specifiche Istituzioni di ricerca e divulgazione olivicola (Toscana, Umbria, Lazio, ecc.) e solo fino alla metà del’900 il sistema ha funzionato, realizzando l'affermazione del "vaso policonico" nelle zone in cui operarono convinti promotori di una forma ideata e attuata dal Roventini in Toscana e dal Tonini in Umbria. Nelle altre Regioni clavicole nessuna attività formativa stata mai avviata, se non per replicare tradizioni locali rese obsolete dai mutamenti intervenuti nel settore. Ora anche nelle zone clavicole più evolute l'attività formativa è molto ridotta e si assiste frequentemente a una sorta di "ritorno al passato", nell'assurda pretesa di assegnare alla chioma dell'olivo spazi sempre conformi alle esigenze dell'operatore in fase di raccolta, sia manuale sia agevolata, delle olive. Lo sviluppo spaziale è limitato da drastici interventi di potatura che alterano fortemente il rapporto volumetrico chioma/ radici, favorendo l'attività vegetativa a discapito di quella produttiva (Foto 2).

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Talvolta si consentono maggiori dimensioni alla chioma, oppure si opera su coltiva di minore vigoria, perciò si riduce l'alterazione del rapporto chioma/radici, si realizzano anche produzioni conformi alle aspettative, ma i costi di potatura incrementano notevolmente dovendo gestire una rilevante quantità di secchioni (Foto 3).Gli effetti sono, invece, disastrosi, quando l'acefalia è praticata su piante monumentali di olivo dove alle suddette alterazioni di tipo fisiologico ed economico si aggiungono alterazioni ambientali e sanitarie per una chioma mutilata nell'aspetto e per una porzione residua di tronco avviato a un progressivo, rapido deperimento (Foto 4).

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Gli effetti sono, invece, disastrosi, quando l'acefalia è praticata su piante monumentali di olivo dove alle suddette alterazioni di tipo fisiologico ed economico si aggiungono alterazioni ambientali e sanitarie per una chioma mutilata nell'aspetto e per una porzione residua di tronco avviato a un progressivo, rapido deperimento (Foto 4).

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Vaso semplificato: numerose ricerche sono state prodotte nel corso dell'ultimo secolo per valutare gli effetti delle diverse metodologie di allevamento, riforma e potatura dell'olivo, così come illustrate in Olivo e Olio 3/06, 4/06, 5/06, 6/06, 9/06, 10/06 e 2/07. Solo recentemente sono state
Elaborate "nuove" proposte operative, tali da soddisfare le esigenze fisiologiche dell'olivo e quelle dei nuovi fattori sociali, tecnici ed economici di produzione. L'innovazione si basa, principalmente, sull'adozione della forma di allevamento a vaso polifonico riconosciuta più efficiente, più rassicurante e convalidata dal tempo; sull’'economia di gestione della potatura con l'adozione di strategie a basso fabbisogno di manodopera e, infine, sulI 'applicazione degli interventi con elasticità, evitando potature troppo severe. Tali proposte possono considerarsi un trasferimento alle attuali condizioni operative di quanto elaborato fino alla prima metà del’900, quando il primo e più essenziale intervento nella corretta gestione degli alberi era reputato quello di ridurre drasticamente la quantità di legno strutturale, per limitare la capacità di affermazione della porzione superiore di chioma, esaltare la produzione nella porzione inferiore e ridurre costi ti di potatura e raccolta.

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